Adesso che ho finito posso scrivere. Gli obiettivi sono stati raggiunti, tutti. Io ce l'ho fatta, rimettendoci salute mentale e fisica, ma ce l'ho fatta.
Che sia libero di esprimere alcuni elogi a me stesso dunque, poiché è giusto rendersi conto delle proprie capacità oltre che delle debolezze.
Le motivazioni che hanno spinto il sottoscritto al tour de force sono due: concludere il ciclo di studi li dov'era iniziato cinque anni fa; cominciare una vita indipendente a partire da settembre, senza lasciare nulla alle spalle.
Le incertezze sono moltissime, anzitutto lavorative, ma sono dubbi spinti da un forte vento di cambiamento che si erge attorno gonfiando più le vele dell'impazienza che quelle delle ansie dannose.
Così mi viene in mente una canzone di Neil Young, Thrasher. Si dice sia una metafora della morte, probabilmente è vero, eppure ho sempre interpretato le parole di quel testo come fossero un inno al cambiamento, alla maturità, un pezzo delle vite di tutti se vogliamo: il pauroso desiderio di lasciare gli amici che hanno accompagnato la crescita di ognuno per seguire, o inseguire, una strada che tende ad orizzonti tanto incerti quanto necessari alla propria evoluzione, al fine di impedire la lenta ed inesorabile "stagnazione" che i luoghi, le abitudini, le persone e i vuoti interessi portano con sé, Better down the road without that load...
Allora mi pongo una questione: ho 24 anni e dei pensieri fissi che allo stesso tempo definirei "raminghi", tendenti cioè al continuo cambiamento, al movimento, al non restare troppo nello stesso ambiente poiché quest'ultimo opprimerebbe le vedute e i desideri, dunque come potrò essere uno qualunque? Sia chiaro che chi tende alla felicità non può avere come scopo quello di "diventare qualcuno", si soffre troppo secondo me, a ragione del fatto che il più delle volte si cade nella frustrazione di non essere riusciti nell'intento; chi invece porta a termine l'impresa si lascia troppe cicatrici sul corpo. No, il vero obiettivo è essere uno qualunque, senza fermarsi mai.
But me I'm not stopping there, got my own row left to hoe,
just another line in the field of time.
When the thrasher comes I'll be stuck in the sun like dinosaurs in shrines,
but I'll know the time has come to give what's mine.
sabato 26 luglio 2014
mercoledì 26 marzo 2014
Scrivere per soppiantare l'ansia
Scrivere, sì.
Ma scrivere di cosa? L'esercizio in sé è molto utile: learning by doing, si impara facendo.
La mia vita è in una fase di movimentazione esagerata, sempre più povero, sempre più impegnato, gonfio di ansie da affrontare.
Farò un elenco di tutto ciò che mi disturba mentalmente,una sorta di piano per capire i miei punti deboli, affrontarli e trasformarli in opportunità:
N. 1
Università: attualmente è il pensiero fisso, quello con cui mi sveglio la mattina e mi addormento la sera. L'ansia è angoscia causata da un conflitto interiore non meglio specificato, sta lì.
L'università è la mia angoscia per tanti motivi; la sede della mia città verrà chiusa e verrà spostata in un'altra città. Ciò significa che il luogo che mi ha ospitato per 5 anni non esisterà più. Sarà stupido affezionarsi ad una struttura di cemento, scale, intonaco, legno e quant'altro, ma io ho sempre avuto questo difetto, entro in simbiosi con i luoghi che sono solito frequentare e con le persone che ci sono dentro.
Un altro motivo di angoscia inerente l'università è il tempo. Non ho tempo. Non riesco a stare dietro a tutto, tra lezioni, stage, esami da studiare, tesi da scrivere, convegni da preparare... è una sfida senza dubbio; mi rendo conto che tutto questo non è altro che "acqua calla" come si dice dalle mie parti, cioè non è nulla in confronto a quello che verrà poi, quando guarderò il me stesso studente da lontano. Ma la mia domanda è: perché deve essere per forza un continuo peggiorare? Forse non sarà così male poi, nonostante le difficoltà che intralceranno il mio cammino.
N. 2
Famiglia: forse a pari merito con la prima, anche se in questo caso l'espressione "farci il callo" è decisamente appropriata. La mia casa è una tortura, un luogo di tensioni, di infelicità, di depressione, di rassegnazione.
Lo vedo in mia madre che ha stravolto il suo essere, sconfitta dalla banalità e dall'egoismo degli altri. Ammiro molto mia madre, la ammiro perché ha una pazienza spropositata ormai agli sgoccioli, perché ha sempre messo i figli al primo posto, perché mi ha insegnato il valore dei libri, perché qualunque cosa c'è sempre stata e sempre ci sarà. Per questo motivo mi dispiace molto vederla invecchiata all'improvviso, stanca della monotonia della sua vita spesa per gli altri senza mai lamentarsi, senza mai battere ciglio; la cosa che più mi addolora è che non posso fare nulla per lei, mi mancano i mezzi. Allora studio, mi impegno, cerco di dare il massimo perché so che ci tiene, perché l'orgoglio di avere figli come noi è l'unica cosa che le è rimasta.Le avevo promesso un viaggio a Parigi e ancora non ho mantenuto la parola.
Dall'altra parte abbiamo un uomo, un "padre", che ha sempre messo al primo posto i suoi interessi, caricando l'intera famiglia di paure, le sue, e di frustrazioni, sempre le sue. Questo mi ha rovinato, mi ha reso cinico e sospettoso nei confronti di tutti, e per quanto io cerchi di non essere come mio padre, mi rendo conto che sono molto più simile a lui di quanto non lo sia di mia madre; questo nonostante io disprezzi il suo carattere e i suoi modi di fare.
Una volta la mia ex mi disse: "Sei come tuo padre!". Mi arrabbiai moltissimo, mi sentii offeso, pugnalato, scarnificato, e adesso ho capito perché, aveva ragione.
N. 3
Finanze: quest'anno, dopo 6 anni, mi ritrovo senza soldi. La cosa strana è che se mi capita di avere per le mani qualche euro (grazie alla benevolenza di mia madre o a qualche lavoretto trovato qua e la) pochi giorni dopo succede qualcosa che me li fa spendere tutti e pure di più! Sarà un periodo dove devo prendere e dare velocemente, certo è che si tratta di una situazione limitativa, ma almeno abbiamo la salute.
Potrei continuare per molto ma la smetto qui. Non è tutto nero (nonostante questo post dica esattamente il contrario), è solo uno sfogo, futile perché so che non troverò 3000 euro per terra chiuso il pc né verrò proclamato dottore con 110 e lode e lavoro in spalla. Però serve scrivere, per distrarsi, per allenarsi, per capirsi.
Poi ad aspettarmi c'è una meravigliosa ragazza e tanti cari amici, chi più chi meno, con i quali porto avanti la baracca.
Scrivete, scrivete, scrivete...
lunedì 3 febbraio 2014
Quando eravamo un trio
Non molto tempo fa facevo parte di un trio.
Era un trio che spaziava tra la demenzialità e il rigore dell'adolescenza, un sorta di passante che si fermava ad ammirare le brevi esperienze dell'incoscienza e della leggerezza dei 15/16 anni.
Quando eravamo un trio la cosa più importante era la pizza "dalla polacca" per due ragioni: numero uno il rapporto qualità prezzo era ottimale; numero due ci serviva quella che noi pensavamo essere una modella dell'est Europa quando, in realtà, era nata ed abitava a pochi chilometri da casa nostra.
Quando eravamo un trio le giornate scorrevano più lentamente, molto più lentamente di adesso. Avevamo il tempo di andare a scuola, di organizzare il pomeriggio, di comprare fumetti e dischi musicali; avevamo il tempo di programmare viaggi mai fatti, di dare consigli inopportuni, di copiare gli stessi errori, di aspettare il ritorno di uno di noi.
Quando eravamo un trio abbiamo tentato la carriera musicale in un garage freddo e rimbombante dove si sentiva solo il rumore della batteria a causa di un basso senza amplificatore e di una chitarra dall'amplificatore troppo piccolo.
Io devo a quel trio il mio ingresso ufficiale nel mondo degli adulti, non fosse stato per loro sarei ancora un timido bambinone impacciato.
E adesso che quel trio sta per sciogliersi definitivamente, per ragioni più grandi di noi e per scelte ancora più grandi, volevo ricordarlo, perché quando eravamo un trio ho assaggiato una parte di felicità.
Buon viaggio amici miei, sia per chi partirà a breve, sia per chi se n'è già andato.
lunedì 23 dicembre 2013
Caro Babbo Natale...
Un altro anno sta giungendo al termine e, come al solito, è tempo di guardarsi alle spalle per vedere quanto si è fatto, quanto non si è fatto e cosa si sarebbe potuto fare con un briciolo di impegno in più.
Sicuramente il 2013 è stato bello per due ragioni fondamentali: la prima è quella di aver trovato una persona da amare profondamente, con la quale scambio la mia vita senza tanti "ma" e "però", un rapporto maturo sul quale sto piantando fondamenta solide (queste me le immagino di legno rosso scuro con venature profonde a cerchi sempre più dislungati); in seconda battuta sono contento di aver portato a termine la prima parte di un percorso di studi che porterò a compimento nel 2014, ovvero il doppio diploma franco-italiano che ha visto il qui presente prendersi una bel master in storia dell'arte all'università francese di Grenoble, superando difficoltà "infide e bastarde" come direbbe il famoso trio comico, paure e complessi forse normali per chi va a vivere da solo per la prima volta, per lo più in un paese di cui non conoscevo nemmeno la lingua (che per la cronaca considero molto più semplice dell'inglese). L'esperienza di Grenoble mi ha fatto capire quanto siano profonde le radici che ho diramato per la mia città, Fermo, un luogo che non avevo mai perduto di vista per più di un mese e che ho riscoperto dopo un anno di assenza, nel bene e nel male, amando i suoi portici, le sue viuzze nascoste dai nomi altisonanti, i suoi spazi nel quale non vorrei mai vivere una vita intera perché limiterebbe le mie ambizioni, ma dove vorrei tornare ogni tanto per delle lunghe passeggiate.
Aggiungerei anche una postilla per il 2013 in fatto di cose belle: la mia musica, che nessuno conosce ovviamente ma che, per i pochi "fortunati" che hanno avuto il piacere di ascoltarla, sembra riscuotere un discreto successo, segno che la semplicità è sempre il mezzo più indicato per trasmettere emozioni.
Passando alle cose non portate a termine quest'anno c'è sicuramente lo studio dell'inglese che ancora mi porto dietro quando dovrei parlarlo quanto l'italiano; i problemi alimentari che continuo ad affrontare ad ondate di fiducia seguite poi da cadute imbarazzanti su soffici letti di cioccolato, gelati e quanto più di buono e poco salutare esiste su questa terra; lo studio della musica che non approfondisco mai nonostante ogni tanto continui a comprarmi bellissimi quadernoni dalla copertina rigida sul quale appuntare i miei studi e le mie riflessioni su armonie, serie di accordi e intervalli; i libri che quest'anno ho letto poco e male a causa di una forma d'ansia che mi spinge a leggerli velocemente e/o distrattamente, come se stesse scadendo il tempo per farlo; la tranquillità familiare, arrendendomi al fatto che non l'avrò mai finché resterò qui.
Ora è giunto il momento di scrivere la letterina a Babbo Natale per i buoni propositi dell'anno che verrà:
Caro Babbo Natale,
so che lavori solo a Natale ma non chiedendoti giocattoli o pupazzi (a proposito, che fine hanno fatto quei bellissimi Batman che avevo da bambino? ora vedo solo macchinine e gormiti dio bono!) penso che potrai almeno sentire quello che ho da chiederti. Per il 2014 vorrei portare a termine alcuni obiettivi che mi trascino da tempo immemore, te li elenco: imparare l'inglese definitivamente (magari con una bella esperienza in terra anglosassone...); fare una vita più sana e consona alle norme alimentari; laurearmi e cominciare subito una bella esperienza lavorativa, possibilmente in terra francese, belga o canadese; incidere il mio personalissimo disco musicale; leggere i libri più attentamente, anche pochi ma in maniera produttiva; studiare il latino (mi serve, non c'è niente da fare).
Per ultimo vivere un ambiente familiare privo di tensioni e acidità... non ridere sai!
BUONE FESTE CARISSIMI!
giovedì 7 novembre 2013
La morte e i sogni
La morte. TATATATAAAAAAAAAAAAA. Si, proprio lei.
Devo dire che in questo periodo penso spesso alla morte, quasi morbosamente. Non per gusto personale ovviamente ma per una serie di situazioni che spaziano continuamente nei miei pensieri: in primis mia nonna che poche settimane fa ha raggiunto la veneranda età di 88 anni e che sta completando il suo ciclo vitale non come avrebbe e come avremmo voluto noi tutti, causa una sorta di alzheimer che ne sta minando le capacità mentali giorno dopo giorno. A questo proposito mi torna in mente un sogno fatto due-tre anni fa: mi trovo proprio a casa di mia nonna e vedo passare davanti a me nonno Giancarlo, morto nel 1994, che si dirige verso la finestra della camera per poi scomparire; subito dopo mi passa davanti anche nonna la quale si dirige verso il marito. Non so perché ma nel sogno ho come avuto l'impressione che stesse andando a morire, succede no? di "essere salutati" nei sogni dai propri cari. Allora io la rincorro, la fermo e le dico:
"aspetta nonna non andare! stai qui un altro po' "
"non posso, lo sai"
"dai, almeno altri 10 anni!"
e lei sorridendomi nel sogno mi disse: "va bene, altri 8..." e mi svegliai.
Stando ai fantasiosi calcoli di un nipote spaventato da quella che potrebbe essere la prima vera scomparsa drammatica della sua vita mia nonna dovrebbe morire a 92 anni.
Sarà anche che si è figli delle proprie madri, infatti anche mia madre era molto attaccata alla sua di nonna e spesso mi racconta quanto sia stato beffardo il fato con lei: mia mamma era solita andare dalla mia bisnonna molto spesso, quasi ogni giorno, per onorare un rapporto che si era consolidato sin da quando mia madre e mio zio Antonio erano piccoli. Ebbene il giorno prima che la mia bisnonna morisse, credo fosse il 1973 o '74, mi madre non poté andare a trovarla per un motivo che nemmeno ricorda; quella notte la mia bisnonna si sentì male e morì. Al capezzale era presente la mia prozia Piera la quale prontamente disse: "Chiamo il medico!", gli fu risposto dalla morente "non farà in tempo, sto morendo".
Presa dal rimorso per non aver potuto dire addio alla propria nonna, e forse la psicologia ha giocato un ruolo chiave in quello che sto per raccontare, mia madre la sognò qualche tempo dopo: si trovava nel vicolo che si snoda lungo i lati di casa di mia nonna e li, mentre vi camminava, ha incontrato la mia bisnonna iniziandoci a parlare, come tante volte era successo nella sua vita; mamma mi dice sempre che nel sogno non si è resa conto che si stava intrattenendo con un defunto, poi - quando la razionalità è subentrata nell'inconscio - ad un tratto ha esclamato: "nonna, ma tu sei morta", lei gli ha sorriso; mia madre si svegliò senza rimorso, quasi come se quell'addio fosse finalmente stato consumato.
Io credo in queste cose, forse si presentano nella mia testa come una sorta di speranza, o forse sono semplicemente i riflessi di un bisogno psicologico legati ai desideri di non lasciare i propri cari e le loro vite che tanto hanno contribuito a creare la propria. Dovrò abituarmi a tutto questo.
domenica 29 settembre 2013
XXI secolo, Italia.
Partiamo dal fatto che si sta difendendo l'indifendibile.
Appurato questo non c'è molto da dire, poiché se, come si spera, si è dotati almeno di un 1% di intelletto e di senso civile, nonché morale, tutta questa storia risulterebbe soltanto l'ennesima trama di una fiction di terza categoria (a meno che ovviamente non ci metta lo zampino quel geniaccio di Hitchcock).
La cosa affascinante in tutto questo si trova nella famosa asserzione fin troppo bistrattata e violentata da chi, nella maggior parte dei casi, parla per dar fiato alla bocca, ovvero: La storia si ripete; in questo senso non posso far a meno di pensare alle crociate medievali. Tutti abbiamo studiato a scuola l'importanza storica e i pesanti rivoligimenti che tale avvenimenti portarono all'Europa, e tutti sappiamo che dietro alle preghiere di papi e vescovi si nascondevano spade affilate e armature in cui venivano incise grandi croci al fine di far espandere i territori della Chiesa, cercando di fatto di eliminare i pericolosissimi Mori o Catari che fossero. Ma si sta parlando di almeno otto secoli fa e non si può negare che Dio avesse una forte influenza sull'operato umano.
XXI secolo, Italia: la situazione economica non è delle migliori, la maggior parte della popolazione (salvo poveri operai costretti alla cassa integrazione) si lamenta per la mancanza di denaro e di lavoro, magari rispondendo a telefonate con cellulari da 700 euro perché vale sempre la regola del povero ma bello; alle ultime elezioni è emerso un "movimento" nato dalle battute di un comico, "movimento" che ha fatto della negazione assoluta il suo grido di battaglia senza aver mai proposto una, e dico una, soluzione fattibile ai problemi, del tipo: Vengo anch'io, NO TU NO! ma perché? perché NO!. Il Vaffa day esprime alla grande il loro senso politico, a tratti "mussoliniano", a tratti "Che Guevarista". Meglio la cara vecchia Anarchia a questo punto ma proseguiamo... poco più della metà degli italiani ha votato per il secondo partito d'Italia, quello che pur di rimanere a galla, ben piantanto sulle poltrone in pelle, ha scelto di scendere a patti con il primo partito d'Italia, ad esempio togliendo questa famosa IMU. Ed è qui che l'italiano medio manifesta tutta la sua intelligenza che può essere riassunta nel principio matematico del "pago meno? voto per loro!"; ma, aimé, l'italiano medio non comprende che non pagherà MAI di meno, ma sempre di più! con l'unica differenza che l'IMU (per la cronaca Imposta Mucipilale Unica, non si sa mai con questi intelligentoni...) viene pagata da chi i soldi li ha (poiché chi può permettersi più di una casa non se la passa poi tanto male) mentre l'IVA (Imposta sul Valore Aggiunto, altrimenti detta tassa sul consumo di beni e servizi) viene pagata da tutti, ricchi e poveri, Sarà perché ti amoooo...
E poi cosa succede? ieri sera leggo su Repubblica una cosa agghiacciante: si apre l'ennesima crisi di governo per difendere l'indifendibile, una guerra aperta allo Stato e alla Costituzione (sulla quale i ministri, capi dello Stato e Presidenti della Repubblica di ogni razza o credo religioso giurano prima di cominciare a lavorare per il paese) per far valere dei principi di giustizia I N E S I S T E N T I, campati in un'aria fritta e rifritta. Si parla di amnistia per un uomo che ha rubato e che è stato condannato a tre gradi di giudizio, un uomo che ha tenuto e che continua a tenere l'Italia in pugno da vent'anni e che si permette di ricattare e di mettere in serio pericolo il paese intero pur di non scontare la pena. La cosa brutta in tutto questo è l'irrazionalità di chi lo difende, un'apologia basata su una vera e propria fede che annebbia il presunto cervello di questi individui che ricordano tanto i cavalieri crociati... poi uno dice "parliamone civilmente", bene, fate conto di avere di fronte a voi uno di questi individui e di posargli davanti un libro, inizia la discussione:
- Ciao, questo è un libro
- No, è una forchetta
Fine.
ps: mi manca tanto Sandro Pertini.
lunedì 19 agosto 2013
Questione di centimetri
Il tempo è galantuomo. Una frase ricorrente, quasi di moda, che in sostanza non ho mai capito a fondo, probabilmente a causa dell'irrazionalità presente all'interno del significato stesso del concetto: un essere malvagio non verrà necessariamente "punito" dal passare del tempo per le sue malefatte, come un essere buono non è detto che viva una vita straordinaria, piena di felicità e di soddisfazioni. Anzi...
Eppure il tempo è galantuomo. Ma in un altro senso, e oggi me ne sono reso conto: mi trovavo nel laboratorio di mio zio "tutto-fare" per modificare alcune cose sulla mia chitarra acustica; appena entrato ho visto una credenza da cucina, rossa e bianca, coperta di polvere e legno scartavetrato. Non mi ha detto nulla inizialmente e sono passati alcuni minuti prima che io realizzassi il fatto che quel mobile da cucina, tutto sgangherato e sporco, aveva fatto parte della mia vita moltissimo tempo prima. Si trattava della credenza di casa mia vecchia in cui mia madre, saggiamente, nascondeva le uova di pasqua o gli ovetti kinder per evitare che il proprio pargolo ingordo sin da piccolo (ovvero il qui presente) li mangiasse tutti in una volta. Li metteva nell'anta destra chiusa con una chiave che ancora è li.
Il tempo è stato galantuomo con me, e lo è stato per una questione di centimetri; io quella credenza me la ricordavo gigantesca, irraggiungibile nei suoi piani più alti, pesante nelle sue "vetrate" che sfumavano i piatti e i bicchieri al suo interno, un vero e proprio mostro di vernice rossa. Oggi quello stesso mobile era piccolo, facilmente accessibile: potevo girare la chiave facilmente e i vetri di fronte, oramai ingialliti, mi son sembrati così sottili...
Il tempo è stato galantuomo perché oggi mi ha fatto rivivere un pezzo della mia infanzia, all'improvviso, come una sorpresa inattesa, come se avesse voluto farmi un regalo, sussurandomi ad un orecchio che il piccolo pargolo in cerca di cioccolata era diventato il gigante in cerca di ricordi.
Iscriviti a:
Post (Atom)


