Sono mesi che non aggiorno più questo blog, vuoi perché ho ripreso a scrivere a mano su dei quaderni, per inseguire una terapeutica presa di coscienza, vuoi perché oramai i Blog (con la B) non esistono quasi più.
Ciononostante non potevo mancare l'annuale appuntamento con il Natale e la fine dell'anno; ecco, parliamo di questo 2019, forse l'anno più duro della mia trentennale esistenza. Sì, perché mi sono scoperto una persona estremamente debole, non in grado di stare al passo con la vita che, nonostante tutto, va avanti (e per fortuna!) per i fatti suoi (purtroppo).
Ma partiamo dalle cose belle! Sono un uomo sposato adesso, ebbene sì, il 27 luglio ho fatto il grande passo, in una bellissima location in Sardegna, con tanti amici (quelli nuovi però, perché i vecchi non sono venuti per un motivo o per l'altro); ne ho anche approfittato per visitare la costa est dell'isola e l'entroterra macchiato da paesini dove puoi veramente respirare l'aria delle antiche tradizioni sarde.
Il matrimonio è stato un passaggio piuttosto naturale, molti dicono che le cose cambiano dopo sposati, per me tutto è rimasto uguale, è stata semplicemente una bella festa, a celebrare l'unione sardigiana.
Poi il buio, più o meno scuro, di mesi di attesa per questo benedetto lavoro che non riesco a trovare, un'attesa che ha scardinato tutte le certezze consolidate in 4 anni di vita francese, un periodo nel quale avevo trovato la tanto agognata indipendenza, sudata e meritata.
Ho cominciato a soffrire di attacchi di panico, respiro corto, sobbalzi notturni con il cuore a cavalcare costanti pressioni negative che ingolfano la testa prima di dormire, e in tutto questo sei impotente, ed è proprio quella sensazione a farti paura. L'attacco di panico è infido e bastardo, perché arriva quando meno te lo aspetti; magari sei tranquillo a suonare la tua chitarra, o a leggere un bel libro rilassato sul lettone, quando un tonfo profondo al petto ti coglie: inizi ad essere disorientato, il cuore batte velocemente, le gambe formicolano e solleticano, fai fatica a stare in piedi, non respiri bene, più cerchi di riprendere il controllo, maggiore è il panico ad agguantarti le budella.
In seguito è subentrata pure una lieve forma di depressione e di sfiducia: ti isoli, non hai più voglia di uscire, tutto ti sembra inutile, una perdita di tempo, almeno fino a quando non ti chiamano per organizzare un colloquio! Allora ti riprendi, cominci a prepararti, sei più sereno mentalmente, ti dici "dai, se ti hanno chiamato è perché sono interessati! Hai una possibilità!"... peccato che non vada mai come dovrebbe andare, per un motivo o per l'altro.
Sapete, fosse solo un discorso di competenze lo accetterei pure, ma quando non ti prendono perché non hai una doppia nazionalità, allora li veramente ti calano i marons glassés... e si ricomincia da capo.
Ora le cose vanno leggermente meglio, ho imparato a gestire questo stress che mi ha accompagnato per un anno intero; sono tornato dai miei a Natale dopo cinque anni di natali francesi; avevo un bisogno fisiologico di allontanarmi da quella realtà estranea a cui non mi abituerò mai, nonostante io l'abbia cercata andandomene a vivere all'estero. Purtroppo la mente è sempre piena di dubbi, di incertezze, eppure l'anno nuovo mi da sensazioni positive, in qualche modo si annulla tutto quello che è stato il 2019 e si entra in una nuova fase.
Sono un trentenne e non me ne sono accorto.
Buone feste.
martedì 24 dicembre 2019
lunedì 18 febbraio 2019
Il cambiamento
Quanto è difficile cambiare? è cosi difficile che persino il cambiamento tanto agognato mi porta a pensare male di me stesso e delle mie scelte. Lo dico con il cuore il mano: non sto bene!
In questi mesi si è manifestata un'insana penuria di spirito in me: tutto è terribilmente grigio, un'apatia che coglie in flagrante degli aspetti del mio carattere che non conoscevo. Il tutto causato da una rottura degli schemi che, pensavo, fosse la causa della mia infelicità. Non rimpiango la scelta di aver lasciato il mio lavoro, che per quasi quattro anni mi ha completamente consumato mentalmente; la cosa che mi lascia perplesso è di aver scoperto, mio malgrado, che quello stesso impiego alimentava le mie passioni, mi spiego...
L'essere infelice ci fa sperare che qualcosa di meglio possa accadere prima o poi, un evento che risollevi quel momento negativo. Nonostante tutto mi considero una persona intelligente, dunque so che se non ti rimbocchi le maniche, quel "qualcosa di meglio" non busserà mai alla tua porta, sicché ogni giorno cerchi di riempire il tuo tempo portando avanti ciò che ami, scoprendo cose nuove a torno al tuo universo e alimentando la propria esaltazione e fanatismo.
Sicuramente tutto questo alleggerisce i tuoi giorni, li rende "vivibili" agli occhi tuoi e degli altri, eppure... non basta, perché il tempo è poco, gli obblighi di una vita normale sono li a contare i minuti del tuo orologio e allora finisce che passi le tue giornate a guardare le vite degli altri, a dirti che, prima o poi, capiranno i tuoi sentimenti e che per dio arriverà il tuo momento!
Dunque è un problema di tempo? O forse bisogna essere infelici per stimolare un processo di cambiamento? Io scrivo canzoni, e non è un caso che i migliori pezzi che io abbia mai scritto (essendo io l'autore ho il diritto di dirlo) sono quelli nati da un'intensa voglia di riscatto nei confronti della vita. E la vita è lavoro, è famiglia, sono bollette e affitti da pagare, serate con quei due amici che ti restano e una sottilissima sensazione di far parte del "normale".
Forse è tutto li il problema, accettare se stessi e la propria normalità, sognare si, ma che resti un sogno, essere consapevoli che non salverai mai nessuno con le tue parole o con i tuoi gesti quotidiani.
Io ho la fortuna di avere qualche persona che mi ama veramente. Io amo loro, ho paura di perderli, perché significherebbe "cambiamento". Al contempo, non riesco a capire i loro discorsi, come si può sapere cosa è meglio per gli altri, cosa dovrebbero fare, come dovrebbero sentirsi se non lo sai nemmeno tu? Sia ben chiaro: non che queste persone pretendano di darmi tutte le risposte di cui ho bisogno, cercano solo di tirarmi su e io lo capisco e sono grato a loro per questo. Ma non riesco a pensare ad altro che al tempo perso, a quello che dovrei fare ma che non posso fare. Volere è potere: cazzate. Potere è avere i mezzi per realizzare il proprio volere: soldi, conoscenze, raccomandazioni. Nella banalità a volte c'è del vero.
Forse dovrei trovare il coraggio di partire, andarmene per qualche tempo per riscoprire un po' il senso delle cose, non pensare alla carriera, alla scalata sociale, ai soldi, alle cose da pagare... certo, implicherebbe una bella dose di egoismo, d'altronde, chi non lo è?
sabato 8 settembre 2018
Città
Città
dal gusto di provincia,
che mi sorprendi incastrato
che mi sorprendi incastrato
all’orlo
della tua camicia,
sento
l’odore del tuo fiato.
Città,
a cui devo le fatiche
lasciate
dietro le discese,
figlie
adottate di salite
maledette,
poi comprese.
Città,
il cui ultimo saluto
non
sarà poi tanto triste,
dato
che il tuo sguardo muto,
seguirà
orgoglioso le mie piste.
Città,
pingue di natura,
addossata
verso il mare,
tutta
appesa su un’altura,
che
rispecchia il tuo invecchiare.
Città
dalla buona educazione,
impastata
di bestemmie e tradizione,
da
contadini che non perdono l’occasione,
di
ricordarti quanto varia il loro umore.
Città,
i segreti tuoi ho scovato
di
eroi ne hai conosciuti molti,
li
hai amati come figli tolti,
eppure non ne hai mai parlato.
Città
e il tuo amico argentino,
che
segue passo al vento fresco del mattino,
sempre
impegnato a tirar voce al suo destino,
tra
vecchie mura di arenarie, malta e vino.
Città,
in cui dovrò morire,
per
difenderti dai torti,
dalle
accuse e dai rimorsi,
di
chi ti ha odiato senza mai partire.
lunedì 9 luglio 2018
Il mio mondiale
Il 9 luglio 2006 fu una notte magica per due ragioni.
1) L'Italia vinse la coppa del mondo.
2) Il mio scooter BETA ARK azzurro e nero, compagno di mille avventure, riuscì a trasportare me, Paolo e Alessandro per qualche metro, mentre i vecchi ci superavano... a piedi.
Mi risulta veramente difficile credere che siano passati dodici anni. Non ero che un ragazzino alla sua prima stagione lavorativa come cameriere. I giorni passavano molto più lentamente di adesso, si aveva il tempo per tutto. Ricordo che mi domandavo spesso: " Chissà dove sarò fra dieci anni". Il me di allora non sarebbe troppo contento credo.
Avevo vissuto quel mondiale in maniera distaccata, troppo preso dai ritmi del lavoro; nel campeggio dove lavoraro avevano installato un mega schermo per le partite dell'Italia, ed insieme ai clienti guardavamo i vari match, non troppo speranzosi a dirla tutta.
La partita con l'Australia aveva messo in luce tutte le difficoltà della squadra di Lippi... e che squadra! Cannavaro, Totti, Del Piero, Buffon, Zambrotta, Gattuso etc... pensare che adesso giochiamo con De Sciglio and company.
Il 4 luglio ci fu il match della svolta. Quell'Italia VS Germania, a casa loro. Ricordo che si fermò il locale intero per seguire i 120 minuti di quella partita, una delle più sofferte che abbia mai vissuto.
Corner di Del Piero, la palla arriva a Pirlo che fa la zingarata: invece di tentare il tiro la passa a... Grosso! Il quale tira senza neanche guardare una palombella a giro imprendibile. Dio bono ragazzi, è venuto giù il mondo. Fabio Grosso, gol in semifinale con tiro a giro, credo che se ci dovesse riprovare mille volte non glie ne riuscirebbe una. Quell'esultanza liberatoria in stile "urlo di Tardelli", più commosso, più incredulo... lo abbiamo abbracciato tutti quella sera, non solo Buffon con la sua casacca bordeaux.

La Germania accusa il colpo ma non si arrende. Lo fa solo quando incontra il petto di Fabio Cannavaro che lancia Totti, dentro il pallone per Gilardino che taglia la difesa per aprire un varco a l'unico giocatore che mi ha fatto piangere più di una volta nel corso della sua carriera: Alessandro Del Piero.
Quando riguardo a rallentatore quel gol non capisco come un semplice tocco sotto possa arrivare con quella potenza sotto il set; Del Piero sembra sfiorare la palla con l'alluce, eppure... Li esplosi davvero, per me, juventino da sempre, era la ciliegina sulla torta, la rivincita del mio capitano. Fu il gol più importante, quello che sugellò la vittoria. I clienti si abbraciavano con i camerieri e i pizzaioli ballavano alzando nubi di farina; è proprio vero: il calcio è l'unica cosa che, aimé, ci rende tutti uniti, tutti uguali.

Il 9 luglio ci fu la finale, stesso copione di qualche giorno prima, stesse emozioni e poi il rigore finale sempre di Fabio Grosso. Ricordo ancora Suat, il pizzaiolo macedone alto otto mettri e largo due, abbracciarci tutti, contentissimo che l'Italia avesse vinto il mondiale.
Il mio primo mondiale vinto, il quinto della mia vita, anche se ne ricordo solo tre. Subito dopo mi chiamò il mio miglior amico di allora, Matteo, incitandomi a raggiungerlo per festeggiare con la gente, dentro i bar, nelle notti estive dell'ormai remota adolescenza, non avevavo ancora compiuto 17 anni.
Quante cose avrei vissuto quella notte, in particolare ne rimane una ben impressa: una gioia vera, aperta, incontenibile. E allora che ce frega, via in tre su un motorino che ne portava al massimo uno (magro per di più), via a suonare il clacson insieme a tutti, via ad abbracciare chiunque portasse una bandiera sulle spalle, mentre le luci degli stabilimenti illuminavano la via di un'estate indimenticabile, mischiandoci tutti in un unico grande cuore azzurro, via, via, via...

1) L'Italia vinse la coppa del mondo.
2) Il mio scooter BETA ARK azzurro e nero, compagno di mille avventure, riuscì a trasportare me, Paolo e Alessandro per qualche metro, mentre i vecchi ci superavano... a piedi.
Mi risulta veramente difficile credere che siano passati dodici anni. Non ero che un ragazzino alla sua prima stagione lavorativa come cameriere. I giorni passavano molto più lentamente di adesso, si aveva il tempo per tutto. Ricordo che mi domandavo spesso: " Chissà dove sarò fra dieci anni". Il me di allora non sarebbe troppo contento credo.
Avevo vissuto quel mondiale in maniera distaccata, troppo preso dai ritmi del lavoro; nel campeggio dove lavoraro avevano installato un mega schermo per le partite dell'Italia, ed insieme ai clienti guardavamo i vari match, non troppo speranzosi a dirla tutta.
La partita con l'Australia aveva messo in luce tutte le difficoltà della squadra di Lippi... e che squadra! Cannavaro, Totti, Del Piero, Buffon, Zambrotta, Gattuso etc... pensare che adesso giochiamo con De Sciglio and company.
Il 4 luglio ci fu il match della svolta. Quell'Italia VS Germania, a casa loro. Ricordo che si fermò il locale intero per seguire i 120 minuti di quella partita, una delle più sofferte che abbia mai vissuto.
Corner di Del Piero, la palla arriva a Pirlo che fa la zingarata: invece di tentare il tiro la passa a... Grosso! Il quale tira senza neanche guardare una palombella a giro imprendibile. Dio bono ragazzi, è venuto giù il mondo. Fabio Grosso, gol in semifinale con tiro a giro, credo che se ci dovesse riprovare mille volte non glie ne riuscirebbe una. Quell'esultanza liberatoria in stile "urlo di Tardelli", più commosso, più incredulo... lo abbiamo abbracciato tutti quella sera, non solo Buffon con la sua casacca bordeaux.

La Germania accusa il colpo ma non si arrende. Lo fa solo quando incontra il petto di Fabio Cannavaro che lancia Totti, dentro il pallone per Gilardino che taglia la difesa per aprire un varco a l'unico giocatore che mi ha fatto piangere più di una volta nel corso della sua carriera: Alessandro Del Piero.
Quando riguardo a rallentatore quel gol non capisco come un semplice tocco sotto possa arrivare con quella potenza sotto il set; Del Piero sembra sfiorare la palla con l'alluce, eppure... Li esplosi davvero, per me, juventino da sempre, era la ciliegina sulla torta, la rivincita del mio capitano. Fu il gol più importante, quello che sugellò la vittoria. I clienti si abbraciavano con i camerieri e i pizzaioli ballavano alzando nubi di farina; è proprio vero: il calcio è l'unica cosa che, aimé, ci rende tutti uniti, tutti uguali.

Il 9 luglio ci fu la finale, stesso copione di qualche giorno prima, stesse emozioni e poi il rigore finale sempre di Fabio Grosso. Ricordo ancora Suat, il pizzaiolo macedone alto otto mettri e largo due, abbracciarci tutti, contentissimo che l'Italia avesse vinto il mondiale.
Il mio primo mondiale vinto, il quinto della mia vita, anche se ne ricordo solo tre. Subito dopo mi chiamò il mio miglior amico di allora, Matteo, incitandomi a raggiungerlo per festeggiare con la gente, dentro i bar, nelle notti estive dell'ormai remota adolescenza, non avevavo ancora compiuto 17 anni.
Quante cose avrei vissuto quella notte, in particolare ne rimane una ben impressa: una gioia vera, aperta, incontenibile. E allora che ce frega, via in tre su un motorino che ne portava al massimo uno (magro per di più), via a suonare il clacson insieme a tutti, via ad abbracciare chiunque portasse una bandiera sulle spalle, mentre le luci degli stabilimenti illuminavano la via di un'estate indimenticabile, mischiandoci tutti in un unico grande cuore azzurro, via, via, via...
mercoledì 4 luglio 2018
Un album per ghermirli...
Il 14 giugno 2018 io e il mio amico Luca abbiamo debuttato nel mondo della musica con il nostro primo disco, Addio nemico mio, disponibile su tutte le piattaforme musicali e presto anche su cd.
Non è cambiato nulla nella mia vita, come già immaginavo, ma il fatto di aver compiuto qualcosa di tangibile mi riempie di orgoglio.
Nessuno sta ascoltando l'album, né gli amici di una vita, né i parenti di una vita; questo mi dispiace da un lato, dall'altro mi permette di stringere il campo e di riflettere sulle persone: ognuno pensa alle proprie storie, ai propri problemi, alla panza sua come si dice da me, e su questo non c'è nulla da dire.
Io anche penso a me stesso, eppure ho la sensibilità di spingere un amico, un fratello, un collega, verso qualcosa di meglio di quella che potrebbe essere considerata una vita "normale". Questa sensibilità è venuta a mancare dalla parte di alcuni, troppo presi dallo scorrere regolare della loro routine.
Leggevo un fumetto qualche settimana fa, Lo scultore, di Scott McCloud; ciò che mi è piaciuto della storia è l'ostinazione del protagonista a voler vivere una vita diversa, un'esistenza che possa distinguerlo dagli altri: dalle spese settimanali, dagli obblighi familiari come la gita del sabato o la recita scolastica del figlio, dalle bollette, dei pranzi della domenica con la televisione accessa costantemente sul telegiornale... non vuole essere diverso per mostarsi al mondo come un dio sceso in terra, vuole essere diverso per essere felice e in pace con se stesso.
Ecco, per me è la stessa cosa.
Non voglio mostarvi la mia bravura o la mia capacità musicale; qui si parla di SENTIMENTI in musica, non posso venderli cosi come se si trattasse di un pezzo di pane. Il prezzo è troppo alto.
Una pacca sulla spalla sarebbe stata sufficiente, anche perché dubito che avreste capito totalmente il lavoro pubblicato. Quindi niente, continuate le vostre vite, farò come voi.
L'unico dubbio che rimane è: dove mi piazzo adesso? Tra coloro che hanno una semplice ed ingenua tendenza artistica, pronta a cadere una volta scontratasi contro la ruvida realtà quotidiana, o tra gli artisti, magari incompresi, ma pur sempre unici nel loro modo di essere?
Who knows?
Not me
I never lost control
You're face to face
With the man who sold the world...
Non è cambiato nulla nella mia vita, come già immaginavo, ma il fatto di aver compiuto qualcosa di tangibile mi riempie di orgoglio.
Nessuno sta ascoltando l'album, né gli amici di una vita, né i parenti di una vita; questo mi dispiace da un lato, dall'altro mi permette di stringere il campo e di riflettere sulle persone: ognuno pensa alle proprie storie, ai propri problemi, alla panza sua come si dice da me, e su questo non c'è nulla da dire.
Io anche penso a me stesso, eppure ho la sensibilità di spingere un amico, un fratello, un collega, verso qualcosa di meglio di quella che potrebbe essere considerata una vita "normale". Questa sensibilità è venuta a mancare dalla parte di alcuni, troppo presi dallo scorrere regolare della loro routine.
Leggevo un fumetto qualche settimana fa, Lo scultore, di Scott McCloud; ciò che mi è piaciuto della storia è l'ostinazione del protagonista a voler vivere una vita diversa, un'esistenza che possa distinguerlo dagli altri: dalle spese settimanali, dagli obblighi familiari come la gita del sabato o la recita scolastica del figlio, dalle bollette, dei pranzi della domenica con la televisione accessa costantemente sul telegiornale... non vuole essere diverso per mostarsi al mondo come un dio sceso in terra, vuole essere diverso per essere felice e in pace con se stesso.
Ecco, per me è la stessa cosa.
Non voglio mostarvi la mia bravura o la mia capacità musicale; qui si parla di SENTIMENTI in musica, non posso venderli cosi come se si trattasse di un pezzo di pane. Il prezzo è troppo alto.
Una pacca sulla spalla sarebbe stata sufficiente, anche perché dubito che avreste capito totalmente il lavoro pubblicato. Quindi niente, continuate le vostre vite, farò come voi.
L'unico dubbio che rimane è: dove mi piazzo adesso? Tra coloro che hanno una semplice ed ingenua tendenza artistica, pronta a cadere una volta scontratasi contro la ruvida realtà quotidiana, o tra gli artisti, magari incompresi, ma pur sempre unici nel loro modo di essere?
Who knows?
Not me
I never lost control
You're face to face
With the man who sold the world...
venerdì 25 maggio 2018
Killing Matthew, il debutto!
Dopo qualche tempo torno fra le pagine del blog. Questo silenzio di dieci mesi è stato riempito da una serie di novità importanti che vorrei riassumere:
A fine autunno 2017, io e il mio amico Luca, abbiamo firmato un contratto discografico con "La Stanza nascosta records", una casa discografica algherese indipendente: http://www.lastanzanascostarecords.com/
Il nostro progetto musicale, Killing Matthew (https://www.facebook.com/TheKillingMatthewsBand/ ) ha colpito il produttore Salvatore Papotto, il quale ci ha concesso la possibilità di pubblicare il nostro primo album.
Ora, l'album dovrebbe uscire tra una ventina di giorni, ma oggi, 25 maggio 2018, è comparso timidamente il nostro singolo su tutte le piattaforme digitali e su youtube:
La canzone è un omaggio a Pino Daniele, nelle sonorità delicate e un po' jazzate, da li il titolo, Naples jazz...
Il testo è invece più una dedica al vino e ai suoi effetti lenitivi, il tutto visto attraverso tre tragedie: Medea, Fedro e Didone.
Qui il testo:
A fine autunno 2017, io e il mio amico Luca, abbiamo firmato un contratto discografico con "La Stanza nascosta records", una casa discografica algherese indipendente: http://www.lastanzanascostarecords.com/
Il nostro progetto musicale, Killing Matthew (https://www.facebook.com/TheKillingMatthewsBand/ ) ha colpito il produttore Salvatore Papotto, il quale ci ha concesso la possibilità di pubblicare il nostro primo album.
Ora, l'album dovrebbe uscire tra una ventina di giorni, ma oggi, 25 maggio 2018, è comparso timidamente il nostro singolo su tutte le piattaforme digitali e su youtube:
La canzone è un omaggio a Pino Daniele, nelle sonorità delicate e un po' jazzate, da li il titolo, Naples jazz...
Il testo è invece più una dedica al vino e ai suoi effetti lenitivi, il tutto visto attraverso tre tragedie: Medea, Fedro e Didone.
Qui il testo:
Naples jazz
I left you with my sword between yours breasts,
this time I'm sorry Dido I will let you die.
In another tragedy you cried on my chest,
this time I'm sorry Phaedra I will let you cry.
So why don't you listen to me,
cause I think I found the way which helps me,
there is always a pain that has to be forgotten.
Wine, beer and liquor, is in fire my throat,
since the time that she's gone,
I can drown all my thoughts,
and erase what she's done.
I know you think I should stop to get drunk all the time,
but don't forget that I'm fine,
when I see her die
in a glass of my wine.
I know what I've just said is quite rude and mad,
I remind you dear Medea you killed all your sons.
And be sure I won't make myself crippled and blind,
I didn't fuck my mother and dim my father's light.
So why don't you come with me,
cause I think I found the way which helps me,
there is always a pain that has to be forgotten.
mercoledì 5 luglio 2017
Colombo e il vino negro dulce
Una barriera di sole e di azzurro.
Questa è stata la prima impressione che ho avuto una volta atterrato a Barcellona: una perla di luce ai piedi del mare.
Dopo l'austera Madrid, la gitana Granada e la bollente Siviglia, sono tornato in Spagna per andare a trovare mio fratello che vive a Barcellona, una vacanza in stile Bros: vino, scoperta e Colombo.
Si, Colombo, perché quando vedi il Cristòfor Colom alzarsi verso il cielo per 60 metri puntando le Americhe (non è vero, ma mi piace pensare che sia cosi), quasi a voler spaccare in due il Mediterraneo con la forza di un solo dito, beh... ti emozioni.
Colombo è il "guardiano" del Portal de la Pau, egli unisce les Ramblas al Passeig de Colom, cosi come aveva congiunto il vecchio al Nuovo Mondo. E non credo ci sia un posto migliore per rendere omaggio alla scoperta, al mare e al miscuglio di culture differenti.
Barcellona è un grande porto, fatto di pietra, ceramica e colore. Per certi versi ricorda Lisbona, un po' diroccata nei caruggi in cui si appollaiano musicisti, artigiani e turisti.
Mentre consumavo le piante dei piedi lungo queste vie, pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere li. Vedete, io vivo in Francia da qualche anno, a Grenoble per la precisione, dove la gente non è esattamente il top, per ragioni più che lecite, voglio dire sono montanari, di certo non mi aspetto tutto questo affetto; ma andando oltre mi rendo conto che sono stressati qui, sospettosi: l'affare del singolo e più importante del bene comune, e questa malattia grenoblese si attacca come la peste, te la porti dietro tutti i giorni, dalla mattina alla sera.
A Barcellona non ho avuto quest'impressione; ovvio che attraverso gli occhi del turista tutto assume un'altra dimensione, specialmente quando vai a mangiare in un ristorantino che assomiglia più alla cantina di mia nonna, con gente che ti parla in catalano o in spagnolo, a te che sei un marchese francese (nel senso che provieni dalle Marche pur vivendo in Francia). Ma la magia sta tutta li perché non c'è differenza, e una parola qua, una parola là comunichi, alimentando il tutto con copas de vino negro dulce.
Poi c'è tuo fratello, quello con cui parlavi la notte quando ancora avevi un letto a castello, che ti cazziava quando esageravi; quello a cui io, la mente, leggevo la guida a Resident Evil 2 e lui, il braccio, eseguiva; quello che sperava di vederti migliore in tante cose e che ti chiede ancora di cantargli una canzone che hai scritto qualche tempo fa. Quello con cui urlavi quando Del Piero piazzava una magia. Quello che ti dice sempre ti voglio bene e a cui rispondi in stile Ian Solo: "lo so".
Ecco, so che sta bene, che Colombo e Barcellona stanno li a fargli ombra con le loro spalle larghe.
Hasta pronto.
Questa è stata la prima impressione che ho avuto una volta atterrato a Barcellona: una perla di luce ai piedi del mare.
Dopo l'austera Madrid, la gitana Granada e la bollente Siviglia, sono tornato in Spagna per andare a trovare mio fratello che vive a Barcellona, una vacanza in stile Bros: vino, scoperta e Colombo.
Si, Colombo, perché quando vedi il Cristòfor Colom alzarsi verso il cielo per 60 metri puntando le Americhe (non è vero, ma mi piace pensare che sia cosi), quasi a voler spaccare in due il Mediterraneo con la forza di un solo dito, beh... ti emozioni.
Colombo è il "guardiano" del Portal de la Pau, egli unisce les Ramblas al Passeig de Colom, cosi come aveva congiunto il vecchio al Nuovo Mondo. E non credo ci sia un posto migliore per rendere omaggio alla scoperta, al mare e al miscuglio di culture differenti.
Barcellona è un grande porto, fatto di pietra, ceramica e colore. Per certi versi ricorda Lisbona, un po' diroccata nei caruggi in cui si appollaiano musicisti, artigiani e turisti.
Mentre consumavo le piante dei piedi lungo queste vie, pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere li. Vedete, io vivo in Francia da qualche anno, a Grenoble per la precisione, dove la gente non è esattamente il top, per ragioni più che lecite, voglio dire sono montanari, di certo non mi aspetto tutto questo affetto; ma andando oltre mi rendo conto che sono stressati qui, sospettosi: l'affare del singolo e più importante del bene comune, e questa malattia grenoblese si attacca come la peste, te la porti dietro tutti i giorni, dalla mattina alla sera.
A Barcellona non ho avuto quest'impressione; ovvio che attraverso gli occhi del turista tutto assume un'altra dimensione, specialmente quando vai a mangiare in un ristorantino che assomiglia più alla cantina di mia nonna, con gente che ti parla in catalano o in spagnolo, a te che sei un marchese francese (nel senso che provieni dalle Marche pur vivendo in Francia). Ma la magia sta tutta li perché non c'è differenza, e una parola qua, una parola là comunichi, alimentando il tutto con copas de vino negro dulce.
Poi c'è tuo fratello, quello con cui parlavi la notte quando ancora avevi un letto a castello, che ti cazziava quando esageravi; quello a cui io, la mente, leggevo la guida a Resident Evil 2 e lui, il braccio, eseguiva; quello che sperava di vederti migliore in tante cose e che ti chiede ancora di cantargli una canzone che hai scritto qualche tempo fa. Quello con cui urlavi quando Del Piero piazzava una magia. Quello che ti dice sempre ti voglio bene e a cui rispondi in stile Ian Solo: "lo so".
Ecco, so che sta bene, che Colombo e Barcellona stanno li a fargli ombra con le loro spalle larghe.
Hasta pronto.
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